Get Adobe Flash player
Home

 

I dati dell’ultimo Censimento Istat sulle istituzioni nonprofit (dati aggiornati al 2011 e progressivamente rilasciati a partire dal 2013) [Istat, 2013] sono utili non solo per scattare una fotografia d’insieme, ma anche per ricavare informazioni di dettaglio che consentono di segmentare il nonprofit italiano, restituendo così il suo carattere di pluriverso.

 

Tra le diverse variabili disponibili nel datawarehouse dell’Istat sul Censimento si segnala una novità di particolare interesse, ossia le informazioni relative ai destinatari di servizi con specifico disagio, cioè fasce di utenza che, per ragioni diverse, manifestano bisogni di assistenza, cura, educazione e che vengono soddisfatti dalle diverse istituzioni nonprofit. I dati riferiti a questi soggetti sono particolarmente rilevanti perché colmano un importante gap informativo: permettono infatti di guardare al nonprofit non dal consueto punto di vista della disponibilità di asset (risorse) economiche, umane, strutturali, ma anche guardando ai beneficiari delle sue attività, iniziative, servizi.

 

cooperazioneIl primo set di estrazioni consente di delineare il profilo del nonprofit impegnato in attività a favore di utenti disagiati, verificando se esistono scostamenti più o meno significativi rispetto al comparto nel suo complesso. I dati confermano in effetti che la variabile relativa alle caratteristiche dell’utenza definisce un perimetro di organizzazioni rilevante, ma non così consistente. A fronte di 300mila istituzioni nonprofit censite solo poco più di 50mila si occupano di persone in situazione di disagio. Una percentuale pari al 16,7% del totale che presenta significativi elementi di differenziazione se si prendono in considerazione ulteriori variabili che riguardano la forma giuridica, il settore di attività prevalente, l’orientamento strategico e i modelli economici. Ad esempio le forme giuridiche nonprofit non sono estranee rispetto alle caratteristiche dell’utenza, anzi. Esistono alcuni modelli giuridico-organizzativi che presentano un’incidenza maggiore di beneficiari disagiati: le cooperative sociali in primo luogo, con quasi 2/3 di queste organizzazioni che contano tra i loro beneficiari utenti in situazione di fragilità.

 

I dati sugli utenti con disagio contribuiscono quindi a ridefinire in modo sostanziale il profilo del settore nonprofit, non solo perché ridimensionano il numero di organizzazioni impegnate in attività sociali in senso stretto, ma anche (e soprattutto) perché disegnano una nuova “geografia” interna al comparto, guardando ai settori di attività, ai modelli economici e alle forme giuridiche. La cooperazione sociale gioca un ruolo rilevante perché è il soggetto nonprofit più orientato a servire utenti con disagio (quasi il 65% del totale delle cooperative sociali dichiara di avere utenti con queste caratteristiche) ed inoltre persegue questo obiettivo attraverso un assetto di natura imprenditoriale che, di per sé, rappresenta un importante elemento di innovazione.

 

Rispetto ai settori di intervento la classificazione ufficiale ICNPO per le istituzioni nonprofit evidenzia, nel caso delle cooperative sociali, tre macro ambiti: l’erogazione di servizi socio-assistenziali, le prestazioni sanitarie e le attività finalizzate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati nella voce “sviluppo economico e coesione sociale”. Se si considerano le sole cooperative con utenti disagiati si rilevano due distinti effetti. Il primo consiste nella crescita sia in termini assoluti che di incidenza relativa dei settori assistenziale e sanitario, ad indicare che la cooperazione sociale approccia questi ambiti di attività – in particolare la sanità – avendo come punto di riferimento persone vulnerabili che necessitano di modelli di servizio specifici per garantire l’accessibilità e la fruizione di queste prestazioni. Il secondo effetto è legato al ridimensionamento delle attività legate all’inserimento lavorativo. Questa tendenza può essere spiegata ipotizzando che non tutte le cooperative impegnate in attività di inserimento lavorativo (tipo b) siano classificate alla voce “sviluppo economico e coesione sociale”. Ma forse esiste un’ulteriore spiegazione più sostanziale, ovvero la presenza di quote sempre più rilevanti di manodopera debole non classificabile utilizzando le categorie previste dalla legge (e per le quali, va ricordato, le cooperative sociali non possono accedere alle agevolazioni sul costo del lavoro).

 

 

 

Fin qui si è cercato di ridisegnare il profilo delle organizzazioni nonprofit e in particolare delle cooperative sociali che contano tra i suoi beneficiari “utenti disagiati”. Ma chi sono e quante sono queste persone? I quasi tre milioni di utenti con disagio presenti nelle cooperative sociali si concentrano per la quasi totalità (91%) in quattro grandi aree: malattia, disabilità, immigrazione e povertà. Un dato particolarmente significativo anche in termini assoluti, considerando che, con tutta probabilità, si tratta di rapporti stabili e duraturi nel tempo, in quanto legati alla fruizione di beni complessi che richiedono continuità e “densità” della relazione di servizio (si pensi, ad esempio a un percorso terapeutico o di reinserimento nel mercato del lavoro). È comunque interessante osservare l’incidenza relativa rispetto all’ammontare degli utenti disagiati sull’intero comparto nonprofit. Emerge infatti che la cooperazione sociale distribuisce i suoi interventi su un’ampia gamma di utenza, anche su alcuni “target” molto specifici, non consistenti in termini assoluti, ma che individuano fenomeni di vulnerabilità ed esclusione sociale ben definiti. È il caso, ad esempio, degli interventi nel campo delle dipendenze, della devianza, del disagio psico-sociale, ecc. Ambiti all’interno dei quali sono richieste modalità di intervento come i servizi semiresidenziali, domiciliari, territoriali, caratterizzati da accentuati elementi di contestualità e personalizzazione. Lo stesso dicasi per iniziative che coinvolgono invece numeri più consistenti di utenti, come le oltre 800mila persone in situazione di povertà che beneficiano dei servizi forniti da cooperative sociali.

 

I risultati delle analisi proposte possono essere quindi proposti in forma di linee guida per il policy maker allo scopo di individuare strumenti regolativi e promozionali mirati a salvaguardare e ulteriormente sviluppare una capacità di intervento che, per una volta, viene misurata non a partire dalle performance organizzative, ma dalle caratteristiche, seppur essenziali, dei needholders (portatori di bisogno). Ecco quindi alcune indicazioni:

 

una migliore regolazione delle attività di volontariato può consentire, a venticinque anni dall’approvazione della legge quadro n. 266/91, di rinnovare la missione dei soggetti associativi che si fanno carico di organizzare questa importante risorsa, soprattutto per quanto riguarda la risposta alle persone malate, ma probabilmente anche in altri ambiti della sanità;

la legge sull’impresa sociale potrebbe trovare tra i soggetti nonprofit impegnati a favore di persone disagiate un importante bacino per arricchire il proprio ecosistema; se è vero infatti che già esiste una forte presenza di imprese sociali “di fatto” come le cooperative sociali, è altrettanto vero che la prevalenza di transazioni di mercato è una variabile che approssima un orientamento in senso produttivo che riguarda anche altri soggetti non lucrativi;

inoltre può essere utile guardare non solo ai “core business” del settore (in termini di tipologie di utenza e modalità di risposta), ma anche ad ambiti che pur non essendo prevalenti non sono residuali; è il caso, ad esempio, delle attività in campo culturale e ricreativo, nell’ambito delle quali potrebbero prendere forma progetti innovativi volti ad affermare, ad esempio, un approccio di “welfare culturale” che può rafforzare l’efficacia dei classici interventi socio-sanitari;

infine, la sfida principale consiste nel ristrutturare il modello di “business sociale” che è all’origine della maggior parte delle organizzazioni non lucrative e che si basa sulla costruzione di arene mercantili pubbliche; dopo un paio di decenni di “golden age” questo modello, ormai da qualche tempo, mostra evidenti limiti di sostenibilità ed efficacia non solo per la diminuzione delle risorse pubbliche, ma per i limiti degli strumenti contrattuali e di governance utilizzati per regolare le relazioni tra Pubblica Amministrazione e soggetti nonprofit; visto che i modelli alternativi come il “secondo welfare” alimentato soprattutto da risorse private rappresenta non una sostituzione ma un fattore di complementarietà, la parte più rilevante della sfida quindi nell’innovare le relazioni pubblico private nell’ottica di un’amministrazione della cosa pubblica autenticamente multipolare e condivisa.

 

di Flaviano Zandonai e Silvia Rensi

 

fonte: http://www.euricse.eu/

 

Euricse (2015), Economia cooperativa. Rilevanza, evoluzione e nuove frontiere della cooperazione italiana, Terzo Rapporto Euricse, Trento.

 

Istat (2013), 9° Censimento dell’industria e dei servizi e Censimento delle istituzioni nonprofit,, Roma.

 

Il datawarehouse dell’Istat è disponibile su http://dati-censimentoindustriaeservizi.istat.it/