Get Adobe Flash player
Home Progetto Educativo

 

LA METODOLOGIA


Sarà utilizzata una metodologia di tipo induttivo:


1- partire dalle reali capacità ed interessi del giovane per la costruzione di un percorso soggettivo, attraverso la pedagogia dell’esempio: l’educatore/responsabile accompagnerà nella quotidianità i ragazzi supervisionando, condividendo e proponendo valori positivi attraverso l’esperienza di vita vissuta;

2- instaurare con il ragazzo una relazione che funzioni come punto di riferimento, al fine di costruire un rapporto di fiducia e di sostegno che incoraggi alla riflessione, all’accettazione e alla rielaborazione della propria situazione;

3- adottare l’osservazione diretta e partecipante per arrivare alla elaborazione di modalità d’intervento e modelli operativi che tengano conto dei processi culturali, delle esperienze e delle storie di vita personali e familiari.


Tutto questo verrà perseguito mediante:

a)     la vita di gruppo;
b)     la gestione della vita quotidiana del gruppo appartamento come modello esperenziale;
c)     la conoscenza e il confronto sulle scelte di significato;
d)     la concettualizzazione e l’interiorizzazione dell’importanza della vita sociale;
e)     il riconoscimento e la valorizzazione delle abilità individuali.


Il lavoro sarà indirizzato su tre grandi dimensioni, da vivere in un intreccio pieno, proficuo e solidale: “tutto il ragazzo”, “sistema famiglia”, “Comunità”.


Tutto il ragazzo

Mettere le Ali vuole partire innanzitutto dal ragazzo, puntando lo sguardo sulla globalità della sua persona, non rimanendo cioè ancorata alla sola lettura del disagio, alle sole potenzialità inespresse, alle piccole grandi difficoltà. Puntare a “tutto il ragazzo” è riconoscergli un valore aggiunto, che lentamente lui in prima persona saprà scoprire e mettere a frutto, è innescare una relazione di sostegno che fin dai primi momenti parla il linguaggio del protagonismo attivo dell’utente, padrone del proprio percorso di crescita.

Sistema famiglia

Mettere le Ali mentre guarda alla totalità del ragazzo, sente come imprescindibile il lavoro e il sostegno al gruppo familiare di provenienza. La famiglia, seppur invischiata in una fitta rete di devianze, problemi, miserie, rimane comunque la radice profonda del ragazzo, la sua storia, base fondamentale per la sua crescita che non può, e non deve, essere estirpata. Lavorare sul nucleo significherà intervenire su tutto il sistema famiglia per individuare la sorgente del disagio, proporre un cammino di crescita in una prospettiva di pieno reinserimento del ragazzo.

Comunità

Mettere le Ali ha un sogno grande anche e soprattutto rispetto alla comunità: non sente di voler essere alternativa, di voler essere un luogo delle meraviglie dove tutto viene magicamente sanato, un posto separato dal mondo dove si respira vita alla stato puro e ci si rifugia dalla grettezza umana. Mettere le Ali vuole essere uno “laccio saldo” sul territorio con cui tessere fitte reti di relazioni, di legami, di collaborazioni, vuole sognare la possibilità di aprire occhi e mani, di destare gli sguardi, di alzare la soglia di attenzione sull’altro, vuole “fare comunità”.

Mettere le Ali sogna la riconquista di quella comunità che sa leggere, nelle pieghe della quotidiana vita fianco affianco, il disagio di alcuni e se ne prende carico come un problema di tutti, sogna una comunità aperta e solidale, una comunità che sia “famiglia di famiglie”, senza scimmiottare idealismi di sorta, ma nell’humus dei valori ancora vivaci e profondi della nostra terra.

“in una comunità possiamo contare sulla benevolenza di tutti. Se incespichiamo o cadiamo, gli altri ci aiuteranno a risollevarci. Nessuno oserà prenderci in giro, nessuno si prenderà gioco della nostra goffaggine o godrà ancora delle nostre disgrazie. […] E nessuno dirà mai che non è tenuto ad aiutarci o si rifiuterà di farlo perché non esiste alcun contratto che lo obblighi […] Aiutarci reciprocamente è un nostro puro e semplice dovere, così come è un nostro puro e semplice diritto aspettarci che l’aiuto richiesto non mancherà. […] la comunità incarna il tipo di mondo che purtroppo non possiamo avere, ma nel quale desidereremmo tanto vivere e che speriamo di poter un giorno riconquistare”

Zygmunt Barman, Voglia di comunità, Edizioni Laterza


LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI


Avvenuta la richiesta di inserimento del ragazzo e vagliatane l'opportunità di accoglierlo, si procede alla elaborazione di un Progetto Educativo Individualizzato (PEI) e di un Progetto di Autonomia Individuale (PAI) seguendo tre fasi distinte e consequenziali: la facilitazione dell'inserimento nel sistema gruppo e con gli operatori; l'osservazione dell'adolescente e la presa in carico del suo stato di bisogno; la programmazione di un piano di intervento e di un progetto educativo comprensivo di mete a breve, medio e lungo termine definito Contratto Formativo, che si sposa col percorso di responsabilizzazione che il giovane compie all’interno di Mettere le Ali.

Un Contratto Formativo vede intorno ad un consenso tutti gli attori chiamati in causa nel progetto di cambiamento, primo fra tutti il ragazzo. Presupposto necessario è l’accordo sugli obiettivi da raggiungere, sull’organizzazione delle procedure in uno specifico contesto di aiuto e sulla individuazione delle regole di relazione. Accanto a questo lo strumento del Contratto Formativo assolve anche a una funzione educativa in quanto mezzo per l’apprendimento per il ragazzo, che potrà dunque sperimentare e gestire un accordo e  proiettarsi un itinerario più ordinato e consequenziale in situazioni spesso cariche di emotività e disordine. Dal punto di vista dei contenuti il contratto deve innanzitutto indicare gli obiettivi da raggiungere, quali mete possibili, gli strumenti operativi da mettere in gioco, un piano di lavoro articolato in brevi periodi, poiché senza visione prospettica del lavoro da svolgere in un arco di tempo delimitato non sono possibili né impegno né verifiche.

Sarà adibita una “tenda” (nel giardino del Gruppo Appartamento), idealmente luogo del passaggio, piccolo rifugio che permette al ragazzo un graduale “adattamento di temperatura emotiva”. Sarà questo un luogo simbolo del percorso, con un’ambientazione che richiama l’idea del luogo al riparo, un po’ segreto, certamente al sicuro.

In questo luogo il ragazzo si spoglierà gradualmente e, aiutato dall’ambientazione, comincerà a giocare con se stesso, imparerà a leggere con meno pesantezza la sua storia e comincerà a scardinare i primi blocchi interiori.

In un incontro iniziale, e in altri successivi, il ragazzo sarà accompagnato a guardare il background dal quale proviene, a fotografare quello che è stato fino a quel punto, ad aprire il bagaglio con cui è arrivato e a mettere tutto fuori. Gradualmente lui saprà scoprire quanto di quel bagaglio va buttato, quanto riciclato e quindi reso nuovo, quanto va lavato, stirato, lucidato perché reso opaco da mille brutture e messo in prima pagina nel racconto della sua nuova vita.

Ogni ragazzo (come anche ogni educatore) avrà un diario di bordo personale ed il compito a fine giornata di scriverci tutto quello che ritiene necessario segnalare, le ansie, le paure, come le gioie, i desideri, il racconto stesso della giornata appena passata, la valutazione del rapporto educativo istaurato ecc..

Facendo ciò, ogni giorno – attraverso la registrazione, l’annotazione, l’appunto sparso, il racconto – sarà dimostrato come il tempo è un processo e non solo un istante, che ogni testimonianza trascritta documenta la nostra evoluzione, i cambiamenti, le trasformazioni dell’essere e del nostro modo di educare/educarci, portandoci come afferma Duccio Demetrio in “una sorta di ginnastica mentale  che  obbliga il nostro cervello ad analizzare, smontare e rimontare, classificare e ordinare, a collegare, a connettere, a mettere in sequenza cronologica”.

Un’altra importante modalità "dialogica" con i ragazzi è il muro, uno spazio adeguatamente preparato per accogliere un altro sfogo personale, attraverso un’annotazione flash, scritta in anonimato su di un pezzo di parete. Questo permette ai ragazzi di esprimere anche dei giudizi, dei pensieri, svincolandosi dal vincolo della paternità di tale scritto. Quest’ultima modalità descritta non sarà presa tanto in considerazione dagli educatori, anche perché serve solo a misurare metaforicamente la temperatura interna al gruppo. Molto probabilmente si leggeranno addirittura delle minacce, dei piccoli pensieri di ringraziamento, abbozzi di disegni, ecc… insomma un altro spazio intimo e allo stesso tempo intimistico, non personale ma collettivo.

Il materiale che farà espressamente parte del momento della valutazione educativa sono le schede osservative, che verranno compilate dal gruppo educante, una check-list di piccoli obiettivi da raggiungere attraverso la pedagogia dei piccoli passi. Un costante monitoraggio permette di valutare l’aumento del grado di consapevolezza e di motivazione che il ragazzo matura, permette ancora la possibilità di confrontarlo con il Contratto Formativo che si è stipulato tra le parti sulla soglia, rende cioé possibile l’acquisizione di quel paio d’ali, che tutti si desidera avere sulle nostre spalle.

Altro piccolo momento importante è la così detta parola, uno spazio e un tempo in cui tutto il gruppo dei ragazzi, insieme al gruppo educante, con la super-visione di uno psicologo, seduto in cerchio, discute su varie tematiche: problemi, intoppi, rabbie, paure, desideri… Un sano momento di con-divisione dalle varie esperienze, dove ognuno si racconta, dipinge il quadro della propria vita e lo offre all’Altro che gli è affianco, per metterlo al confronto con il proprio.

Momento delicatissimo è la parola del vissuto, dove un solo ragazzo dovrà parlare del percorso che lo ha portato all’interno del gruppo appartamento. Aiutato o meglio assistito dallo psicologo, il ragazzo racconterà la sua storia liberandosi dalla negatività accumulata dentro, potendo così far spazio nel proprio corpo per qualcosa di sano, di bello, di puro che la vita ci dona.

La figura dello psicologo, lavorerà poi anche con sedute psicologiche individuali, che permetteranno un maggiore apertura, una possibile relazione più intima in un apposito spazio.

L’orto didattico aiuta i protagonisti a rallentare attraverso un’esperienza altamente educativa. Seminare, coltivare frutta e ortaggi sono attività che mettono a frutto le abilità manuali, le conoscenze scientifiche, lo sviluppo del pensiero logico-interdipendente. Ma sono soprattutto attività che stimolano una attenzione ai tempi dell’attesa, la pazienza, la maturazione di capacità revisionali. Lavorare con la terra aiuta i ragazzi a riflettere  sulle proprie storie locali e familiari. Nell’orto i ragazzi hanno la possibilità di unire “teoria e pratica”, cioè il pensare, il ragionare con il progettare e il fare.

Questa metodologia eco-pedagogica vuole far riscoprire ai ragazzi il legame con le proprie radici, con le proprie storie familiari, con la propria tradizione, con la propria terra, vuole far fruttare una sensibilità nei confronti della natura e dei suoi bio-ritmi, attuando un trasfer sui propri.



LE SCELTE


L’importanza fondante sarà data alla Pedagogia dell’Esempio, quell’apprendere “per contatto”,  per osmosi, per aver prima di tutto fatto esperienza di qualcosa che non può più dunque essere trattenuta, ma va riprodotta, certamente a modo proprio.

Il rapporto ragazzo/educatore sarà l’elemento base di tutto il percorso di Mettere le Ali : è il legame fruttuoso con un adulto responsabile e saldo, non infallibile ma presente, attento e scrupoloso, motivato da un profondo interesse per lui, che lo aiuterà a fare piccoli e preziosi passi in avanti nella maturazione di sé.

La Pedagogia dei piccoli passi sposa quelle che sono le più famose teorie  messe in atto da Vygotskij. L'idea centrale della prospettiva vygotskijana è che lo sviluppo della psiche è guidato e influenzato dal contesto sociale, quindi dalla cultura del particolare luogo e momento storico in cui l'individuo si trova a vivere.

Fulcro di tale strumento è l’attenzione alla zona di sviluppo prossimale: in ogni momento del processo, si valuta il livello reale di sviluppo del ragazzo, per capire quali percorsi può affrontare senza l’assistenza o vicinanza dell’educatore e quali no.  La distanza tra la parte di un compito che una persona è già in grado di eseguire e il livello potenziale cui può giungere nel tentativo di compiere la parte restante del compito può essere percorsa da solo o sotto la guida di una persona più esperta, (un magister, qualcuno che è magis, di più).

Il ruolo principale dell’educatore è quello di creare continuamente le condizioni di “disequilibrio” per aumentare gradatamente il livello delle soglie autonome raggiungibili, arrivando a conquistare il maggior grado di autonomia e responsabilità. L’educatore è, cioè, osservatore e “disegnatore”, traccia con il ragazzo di volta in volta il successivo step che egli può e deve realizzare, rimanendo in ogni fase del processo ora bastone, ora stimolo, ora ancora, ora invisibile sostegno.

La Pedagogia della Lumaca (La pedagogia della Lumaca del prof. Gianfranco Zavalloni ed. EMI) è invece una filosofia pedagogica che punta a ribaltare quella attualmente in atto nella società occidentale, nella quale domina il “fare presto”, l’accellerare, l’efficientismo e la velocità. Abbracciare questa pedagogia significa attuare una vera e propria rivoluzione, oziando e rallentando spostando l’attenzione su se stessi, sul sentire cosa si scatena nel proprio corpo, creando un legame indissolubile con la natura che è intorno.

La quotidianità è spesso scandita in maniera tale da rovinare l’esistenza, anche nelle azioni semplici e naturali, perché la velocità e la frenesia impediscono di assaporare la bellezza della vita.

Occorre, dunque, una Regola, non solo con buoni propositi, colma di idee e pratiche in grado di elogiare e valorizzare la lentezza, l’ozio, la poesia, la musica, l’arte, sempre in buona compagnia della creatività, del sorriso e del buon umore.

Tutto questo va, naturalmente, accompagnato con una manciata salutare di consapevolezza nel seminare germi di professionalità e percorsi formativi misti a manualità sapiente, cervello e tanto cuore.                   

La dimensione gruppo è l’altra coordinata in Mettere le Ali : condividere con Altri che, se pur con storie diverse, conoscono e comprendono la propria esperienza frammentata, come anche il mettere in comune le difficoltà quotidiane nell’adattarsi ad una nuova condizione, il fare insieme delle scelte strutturali, impensabili prima, fa sentire il ragazzo meno solo e alleggerisce il suo cammino di crescita.  Grande attenzione sarà data alle dinamiche interne al gruppo e molto sarà fatto perché la maggior parte delle esperienze e dei vissuti siano mesi in comune per saldare fortemente i ragazzi l’uno all’altro e accompagnarli nella sperimentazione di rapporti sani e preziosi.

Per ciò che riguarda il territorio, ai ragazzi verrà fornito un ampio spettro di possibilità, esperienze, attività che potranno essere svolte sul territorio, grazie al coinvolgimento di altre agenzie che già operano nella comunità. Questo permetterà di offrire al ragazzo altri preziosi stimoli che non vengono solo da Mettere le Ali, aiutandolo così nella piena integrazione nella comunità, sostenendolo nella scelta dei percorsi che siano per lui non solo appetibili ma anche fruttuosi. In definitiva si offre al ragazzo la possibilità di una re-integrazione futura, piena e totale scongiurando così il rischio di ghettizzazione che potrebbe venire – in comunità piccole – dal vivere fuori dalla famiglia e in una situazione protetta.