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Gli educatori sono trattati troppo spesso (benché oggi sempre più laureati) come «gente comune» addetta a «pratiche comuni»; sono visti come intrattenitori più che come risolutori da chi li supervisiona o li incrocia distrattamente. Essi dovrebbero agire senza risentire di complessi di inferiorità, in quanto sono le persone più vicine al malato, al tossicomane, al folle, all’anziano spento, al bambino ipodotato (che sarà pur «diversamente abile», ma un grumo di disperazione resta). Dovrebbero insomma rivendicare spazi per sé. Spazi per rileggere in quelle loro parole «comuni» tutta la sapienza esperienziale che ci sarebbe da raccogliere, utilizzando l’antico mezzo del racconto, del dialogo socratico e automaieutico.

Se la formazione sta vivendo la crisi di cui tutti sappiamo, qualitativa oltre che quantitativa, occorre almeno rivendicare come categoria la propria professionalità più autentica. Non quella che ruba le parole allo psicologo o al medico (nella speranza di essere accettati di più), non quella che Prof.imita chi è convinto che il successo, quando c’è, dipenda dal suo gesto dotto e salvifico, ma quella che sa ri-teorizzare ogni volta il mutare delle relazioni, che ha il coraggio di praticare la virtù della disobbedienza intellettuale, perché sa mettere in scacco chiunque non sappia pensare e che, allontanatosi dall’esperienza, si rifugia nelle parole sempre uguali a se stesse.

La relazione così riavvicinata diventa dunque una virtù, oltre che una modalità operativa, quando: si attinge, per comprenderne il senso, al sapere morale e non soltanto a quello scientifico; costituisce il tema di una discussione filosofica che ne esplora gli antefatti ontologici, prima ancora che psicologici; grazie al perseguirne i pochi, essenziali, obiettivi (far vivere meglio le persone, farle sentire ancora attive e vive, dar loro qualche ragione per ricordare o progettare, ecc.) chi ha l a consapevolezza della sua radicalità esistenziale si occupa soprattutto di ridiscuterla in situazione; consente, nel discuterla, di farne affiorare gli aspetti viziosi: quando alimenta dipendenza, troppa identificazione proiettiva, passività, deresponsabilizzazione; infine, quando ci dischiude ad altri linguaggi e ci è dato scriverne e parlarne in poesia, con arte o piccola letteratura. In quelle forme della narrazione, spesso così dimenticate e bandite, che pur conferiscono anche al lavoro più difficile un’altra versione, più umana, più simbolica, più sopportabile di quel che abbiamo scelto di fare. È la virtù, insomma, di chi si ostina a perseguire l’insano vizio di continuare a lavorare in educazione.

 

Duccio Demetrio - docente di filosofia dell’educazione e di teorie e pratiche autobiografiche

all’Università degli studi di Milano- Bicocca