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Cosa lascia l’educazione? Cosa porta con sè? Che cosa rimane dopo un accompagnamento quotidiano della vita di un ragazzo? Sono queste le domande che dentro la testa di ogni educatore, sulla soglia del traguardo, danzano vorticosamente. E girano anche a noi, a poche ore dalla chiusura del percorso educativo di uno dei ragazzi accolti nel gruppo appartamento per adolescenti. Una riflessione intima, profonda, che spesso sfocia nella sfera personale e tocca le corde più sensibili del nostro essere.

 

Rimane certa, chiara e nitida l’idea di aver riconsegnato alla società un ragazzo nuovo, diverso, con una sensibilità, del gruppo educante, assorbita come spugna, da stile montessoriano, con nuove competenze professionali acquisite attraverso i tirocini professionali effettuati, il superamento della paura di parlare e soprattutto di parlare di se, l’obiettivo raggiunto della messa alla prova (art. 28 D.P.R 448/1988), una licenza media conquistata, un essere uomo (in)formazione che sposa le nuove sfide della società, sradicato dal costrutto culturale e sociale.

 

C’è per l’educatore la certezza di aver seminato bene e a lungo, di contrasto c’è quell’insana voglia di mettersi lì seduti in un angolo, nascosti, a gustare lo spuntare dei primi germogli “tra sassi, terra rossa e rovi”. Oggi quell’educatore che doveva essere fiero e contento del percorso, dei risultati appena accennati, della riuscita di un cambiamento, si ritrova a leccarsi le ferite di un fare educativo che si traduce in fatica, costanza, determinazione e pazienza. Quell’accompagnare che si inscrive nelle pratiche del conflitto, dello scontro, delle chiusure.

 

Dall’educazione abbiamo imparato tanto, dall’educazione abbiamo raccolto i primi frutti del nostro “essere al mondo” e oggi rimane quella necessità/certezza di riconoscere quanto questo paese abbia bisogno di (ri)puntare e scommettere sull’educazione, come volano per (ri)cucire le ferite aperte nei suoi figli, che per essere considerati dalla società, dall’adulto, hanno vestito i panni di piccoli delinquenti o pseudo-criminali. Sono ragazzi che con i loro errori, mescolati a quelli di genitori latitanti e a quelli di Istituzioni lontane, hanno semplicemente bisogno di sentirsi protagonisti della loro vita, con le loro scelte e i propri umili desideri.

 

Rimane il fascino dell’illegalità, come anche il “rintronamento” offerto dalla cultura rasta con le sue ramificazione, attraverso la musica e i suoi testi, il vestiario, e quel concentrato di colori (rosso, giallo, verde) ormai per noi un’ossessione. Rimane il triste dato nel vedere i ragazzi accolti in struttura che dinnanzi all’immagine di Falcone e Borsellino appesa in ufficio, sorridono, sbeffeggiano l’impegno di responsabilità nei confronti dello Stato, per combattere quel male chiamato mafia che continuiamo a respirare ancora oggi.

 

Vogliamo credere che i nostri ideali sono più forti di ogni sorriso beffardo, vogliamo credere che abbia un senso provare a guidare questi ragazzi verso un campo dove i frutti sono prodotti dal sacrificio, dove i valori sono forti nei confronti dell’intemperie, perché radicati e genuinamente sani. Vogliamo infine credere che “c’è un altro mondo, ed è in questo” (Paul Éluard).